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LA MAGIA DEGLI SHOCK CULTURALI

intervista di Gianluigi Rago

Nell’intervallo fra un’annata e l’altra, Gianluigi Rago di Eurocultura intervista Paolo per il proprio periodico rivolto agli studenti e lavoratori in cerca di interscambi internazionali.

 

Sabato 29 luglio 2006, ore 21 circa, salone transiti internazionali dell’ aeroporto di Addis Abeba, Etiopia.

 

Per undici giorni durante il viaggio in Burundi ho atteso il momento opportuno. Ho aspettato invano che Paolo ricavasse qualche minuto di tranquillità e di relax dopo un’intensa giornata a scuola; o tra una visita ad un centro della cooperazione in mezzo alla foresta e un’escursione in piroga alle sorgenti del Nilo, tra un appuntamento con le autorità e un bagno nelle acque del lago Tanganica, o dopo uno struggente incontro con i bimbi di un orfanotrofio.

Il denso e stimolante programma che aveva pianificato si è sommato ai suoi impegni quotidiani e a qualche imprevisto, inevitabile a queste latitudini; così, in attesa del volo che ci riporti in Italia, questa è l’ultima opportunità di intervistarlo.

E lui, con la consueta disponibilità, si concede alle domande tra il frastuono dell’annuncio di un volo per Nairobi e l’ultima chiamata per i soliti ritardatari.

 

Paolo Brunello (www.paolobrunello.it), vicentino classe 1975, un euroculturista che dal 2004 è responsabile del progetto WITAR (www.witar.org) a Ngozi, in Burundi. La WITAR, nata dall’associazione degli ex-allievi dell’ITIS “Alessandro Rossi” di Vicenza, sostiene materialmente e didatticamente un istituto omologo nella cittadina africana, il Lycée Technique “Alessandro Rossi”.

Ngozi è una tappa fondamentale e non casuale del percorso professionale di Paolo. Siamo curiosi di sapere come e perché ci sia arrivato.

 

Paolo, innanzitutto qual è stato il tuo percorso formativo?

«Ho frequentato il Liceo Quadri a Vicenza; penso che mi abbia dato una buona formazione, soprattutto in quello che è l’atteggiamento verso l’extra-scolastico.

È un liceo scientifico, ma penso che la marcia in più del Quadri sia stata il Progetto Giovani, la rappresentanza d’istituto, le attività collaterali a quelle scolastiche a cui mi sono sempre dedicato con entusiasmo e con convinzione.

Dopodiché ho fatto una scelta molto sofferta sulla facoltà decidendo per Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni. Fin dall’inizio dell’Università avevo deciso di fare l’Erasmus come poi è stato - in Germania, il terzo anno, a Würzburg per nove mesi - esperienza che ritengo tra le più formative della mia vita in assoluto».

Perché?

«Perché mi ha aperto la mente in orizzontale ed in verticale. Mi spiego: l’immersione in un ambiente costituito da studenti di tutta Europa e di culture diverse che condividono parte del percorso di studi, apre in maniera “orizzontale”.

La dimensione “verticale” l’ho sperimentata lavorando come cameriere in un ristorante italiano a Wurzburg. Mi sono trovato a lavorare con italiani e anche tedeschi, russi, rumeni; questo mi ha aperto la mente in profondità. Mi ha dischiuso un mondo che mi era assolutamente ignoto, per cui è stato veramente interessante.

Poi durante l’università ho vinto una borsa di studio con l’Università di California con cui l’Università di Padova ha una convenzione e sono stato a San Diego per un anno dove ho redatto la mia tesi. Lì direi che ho scoperto e mi sono appassionato ad Internet, grazie alla disponibilità ad Internet che avevo nell’appartamento del campus, ed è diventato una mia passione al punto da farci una tesi, che è stata frutto di uno stage in una Agenzia di traduzioni di San Diego.

L’agenzia era gestita da immigrati: la responsabile era una russa, poi c’erano una brasiliana e un’inglese. I traduttori erano sparsi per tutto il mondo, delle più varie nazionalità e i contatti erano solo via mail o telefono. Io ho cercato di studiare la particolarità di questo rapporto di lavoro a distanza che non prevedeva un’interazione faccia a faccia e comportava una comunicazione interculturale.

Quando ho terminato l’università, ho cercato di definire il profilo del mio lavoro ideale, che doveva essere un lavoro ricco di shock culturali (perché gli shock culturali dall’Erasmus in poi sono stati la mia stella polare): volevo cercare un lavoro fortemente impegnato nel sociale con una componente di scoperta antropologica e ho trovato che corrispondeva al profilo del lavoro della cooperazione nel volontariato internazionale.

Rispetto alla mia formazione dopo l’università mi sono detto: “Se voglio fare la carriera del volontariato, della cooperazione internazionale devo documentarmi e informarmi su questo”.

Quindi mi sono iscritto ad un corso di perfezionamento post universitario presso il Dipartimento di Studi Internazionali di Scienze Politiche a Padova che si chiamava proprio “Cooperazione e Sviluppo Internazionale”. E intanto lavoravo: insegnavo in piccoli corsi di informatica di base.

Era l’unica competenza concreta spendibile sul mercato del lavoro che possedevo alla fine dell’Università; un bagaglio maturato semplicemente per via della tesi e per la passione per il computer, senza titoli e senza aver mai studiato informatica in maniera istituzionale.

Nei week-end frequentavo un corso all’ISPI (Istituto di Studi di Politica Internazionale) a Milano con approfondimenti tematici sullo sviluppo sostenibile, sulla gestione del ciclo di progetto, sul divario digitale.

Successivamente ho partecipato ad altri tre corsi, l’ultimo era specifico di Formazione al Volontariato organizzato dalla Società IRIS di Milano. Un corso residenziale di cinque giorni vicino ad Ivrea, in cui i docenti erano membri di ONG, capi progetto, volontari. È stato un corso di formazione veramente molto valido.

Per le lingue ho, fortunatamente, avuto dei professori di francese molto bravi sia alle medie che alle superiori; poi ho fatto dei corsi di tedesco e d’inglese e sono stato attento a tenere esercitate tutte queste lingue, come anche lo spagnolo che ho imparato a masticare visitando i colleghi spagnoli di Erasmus».

La tua prima esperienza all’estero?

«A 11 anni nel Devon (Regno Unito n.d.r.) per un corso d’inglese di tre settimane».

A parte le esperienze all’estero, cosa ti ha spinto  a fare l’Erasmus, poi la California e le altre? Quali motivazioni?

«Difficile da dire. Forse è stato una sorta di effetto trascinamento. Mi erano piaciute già le prime volte che mi avevano mandato i miei, poi il fascino dell’estero, dell’essere in un ambiente diverso dal proprio, lo stimolo di dover capire, di cogliere anche mentalità diverse dalle proprie.

Ricordo un evento come pietra angolare del mio sviluppo: l’incontro con un ragazzo marocchino in Germania. Una sera mi raccontava di suo fratello che non riusciva più a tirare a campare in Marocco e così con l’equivalente di 20 mila lire in tasca era partito come clandestino passando per la Spagna e la Francia, fino ad arrivare a Ventimiglia.

All’inizio ho pensato “Che illuso! Come si può pensare di partire per un paese straniero con sole 20 mila lire? È chiaro che finisce nei guai”.

Man mano che raccontava, tuttavia, cominciavo a rendermi conto di cosa significasse essere disperati. Questo shock culturale è stato il primo anello di una catena. Questo senso di spiazzamento per me è magico: spiazzamento rispetto a quello che ci si attende.

Riconoscere che si può pensare in maniera così radicalmente diversa dalla propria affascina e al contempo fa sentire ignoranti».

Quali sono state le difficoltà maggiori che hai incontrato nelle tue esperienze?  Come reagivano  in famiglia?

«I miei genitori mi hanno sempre sostenuto anche se quest’ultima esperienza di due anni in Burundi all’inizio non li entusiasmava, soprattutto mia madre.

Però ho la grande fortuna che i miei mi hanno sempre detto “La vita è tua, hai diritto di viverla come credi”. È sicuramente un grosso vantaggio anche dal punto di vista economico; per esempio mi hanno prestato dei soldi, rimborsati, per qualche biglietto aereo.

Rispetto all’esperienza, c’è anche una tecnica del viaggio  che a volte viene sottovalutata. Per esempio: sapersi muovere in un aeroporto, in una stazione, cercare i treni: non è poi così banale e forse alcuni possono spaventarsi.

Il rimedio è una buona preparazione cercando di prevedere, per quanto possibile, tutte le situazioni senza però andare nel panico qualora ci fosse un imprevisto. In genere, mantenendo la calma, con un paio di telefonate, con un po’ di domande senza aver paura, uno se la cava.

Rispetto all’essere nel Paese, quando sono stato in Burkina Faso forse la difficoltà maggiore è stata adattarmi all’alimentazione che c’era lì; ho perso sette chili in due mesi perché ho preso un batterio che dà la classica diarrea del viaggiatore».

Parliamo del tuo lavoro in Burundi per la WITAR. Come sei venuto a conoscenza di questa occasione di lavoro e perché hai deciso di accettare? Quali erano i tuoi obiettivi prima di partire?

«Sono entrato in contatto con la WITAR per una vera “botta di fortuna” anche se per tre anni avevo fortemente cercato un’occasione del genere.

Il vicepresidente della WITAR, che è anche il capo operativo del progetto, è un amico di gioventù di mio padre e da 30 anni vive in Germania.

Si sono ritrovati per caso dopo molti anni; chiacchierando è emerso che io mi interessavo di divario digitale e che la WITAR svolgeva un progetto in Burundi sullo stesso tema.

Ci siamo messi in contatto e da lì è partita questa prima conoscenza. Da agosto a gennaio di quell’anno c’è stato una sorta di periodo di prova in cui io mi sono dato da fare e mi è stata data la possibilità di andare in Burundi per due mesi a spese della WITAR come volontario.

Poi a gennaio abbiamo stipulato un contratto di due anni. Man mano che conoscevo meglio il progetto nei suoi dettagli mi sembrava sempre di più la cosa giusta per me e io la persona giusta per loro.

Per cui effettivamente è stato un incontro fortunato tra due soggetti che si cercavano».

Un’occasione che hai dovuto  cercare con molta pazienza e determinazione ...

«Sì, avevo fatto anche un anno sempre nella formazione. Inoltre in precedenza ho dovuto anche effettuare il tirocinio che per uno psicologo è obbligatorio ed io ho scelto di farlo in una ONG. Ho avuto la fortuna di trovarne una, l’ACRA di Milano, in cui potevo contare su un supervisore; aspetto importante e non scontato

Ma la ricerca è stata dura e mi sono trovato in crisi per l’enorme concorrenza. Non potevo quindi richiedere alle ONG alcun tipo contributo perché, anche in questo settore, chi deve retribuire in qualche modo un nuovo collaboratore, esige che sia già esperto.

E quindi il grosso ostacolo per entrare nel mondo dell’ONG è la prima esperienza, riuscire ad ottenere la fiducia e l’occasione della prima esperienza».

Ma per riuscire e cogliere  l’occasione giusta, oltre alla profonda motivazione, è utile organizzarsi?

«Certo; per la ricerca di lavoro ovunque, anche in una ONG, è fondamentale essere estremamente sistematici. Io mi sono creato un database al computer.

Appuntavo la persona che chiamavo, di che organizzazione era, i suoi recapiti, quando l’avevo chiamata, che tipo di curriculum gli avevo mandato, quale versione, quale era stato il riscontro che avevo ottenuto, se dovevo richiamarla, quando dovevo richiamarla; spedivo una mail con richiesta di verifica dopo che avevo mandato il curriculum e telefonavo se non ricevevo risposta alla mail.

Bisogna veramente “martellare”. Richiede un sacco di tempo; si impegnano molte energie per cercare gli indirizzi delle ONG. Bisogna studiare i loro progetti anche per personalizzare la lettera di accompagnamento per dimostrare di conoscere l’organizzazione.

Come si dice di solito, cercare lavoro è un lavoro in sé. Come in una storiella che tengo sempre in mente “bisogna fare il burro”. È quella dei due topolini che una notte cascano nel secchio della panna. Nuotano, nuotano, nuotano, per non affogare. Dopo un po’, preso dallo sconforto, uno dei due si abbandona e annega. L’altro continua, continua, fino allo stremo delle forze e, quando ormai quasi non ce la fa più ed è convinto di annegare . . . non affonda perché la panna è diventata burro, si è solidificata e quindi il topolino riesce ad uscire e si salva.

Ecco, per me i tre anni prima di ottenere il lavoro alla WITAR, sono stati veramente quelli del topolino che si dimenava nella panna fino a che la panna è diventata burro.

Questa cosa succede improvvisamente, quindi veramente bisogna  perseverare,  essere caparbi, fare dei sacrifici per riuscire».

Ti ha aiutato qualcuno per le lettere, per il curriculum, per prepararti ai colloqui?

«Mi sono laureato in Psicologia del lavoro e uno degli aspetti fondamentali era l’orientamento professionale. Quindi da questo punto di vista ero decisamente preparato.

Comunque è fondamentale curare nei dettagli il curriculum, la lettera di candidatura e i colloqui; anche su Internet si trovano molte risorse utili.

Circa le esperienze all’estero ne ho svolta una significativa dopo il tirocinio. Ho investito i miei ultimi risparmi per andare tre settimane in Kenya col progetto di un professore americano che da molti anni studia le comunità degli scienziati nei paesi in via di sviluppo e che avevo contattato grazie alle relazioni intrecciate negli Stati Uniti.

Gli avevo mandato la tesi e lui mi aveva offerto una collaborazione alla ricerca in cambio di vitto e alloggio.

Questo succedeva a gennaio. Per altri sei mesi ho cercato inutilmente il lavoro che volevo. Ai primi di luglio l’ho ricontattato: “Se tra dieci giorni arrivassi, vale ancora l’offerta?”. Lui ha accettato dicendo: “Sì, sì, vieni, vieni che ci divertiamo!”.

E così sono partito. È stata veramente un’esperienza entusiasmante che ha consolidato il mio curriculum. Mi è servita anche l’anno scorso quando, anche con il supporto del professore americano, ho preso parte al Summit mondiale sulla società dell’informazione organizzato dalle Nazioni Unite a Tunisi.

Ho potuto presentare il progetto della WITAR in Burundi sia nel padiglione italiano sia in una conferenza internazionale sulla scienza nei paesi in via di sviluppo. Questa è stata chiaramente una grande soddisfazione!».

Quindi ci vuole tanta pazienza, ma anche la capacità e il coraggio di cogliere l’occasione e rischiare.

«Sì! Quando ho detto: “Tra dieci giorni vado in Kenya con i miei ultimi risparmi, per collaborare ad un progetto di ricerca”, ai miei è caduta la forchetta nel piatto! Erano tutt’altro che entusiasti.

Però me lo sentivo, mi ero dato un anno per trovare questo lavoro dopo il tirocinio di psicologo. Mi dicevo: “Non posso continuare a sognare e devo anche accettare la realtà; se non trovo entro quest’anno, mi dovrò rassegnare a trovare qualcosa di diverso”.

In cuor mio ero convinto che ci sarei riuscito, insomma che, se anche c’era una possibilità su mille, l’avrei beccata o forse . . . mi sarei concesso una proroga. Questo nonostante le perplessità della famiglia.

Mi vedevano un po’ disorientato, con la sensazione che non stessi costruendo nulla se non questi piccoli lavoretti temporanei che, apparentemente, non portavano a niente, che non prospettavano un futuro.

Ma io avevo le idee chiare anche se, per certi versi, sono stato fortunato».

Ritorniamo al tuo rapporto con la WITAR. Hai svolto  due mesi di formazione, di prova. Prima di questi mesi hai sostenuto un colloquio formale?  Quali le procedure?

«Dopo la prima telefonata, il capo progetto mi ha mandato la documentazione che era stata prodotta fino a quel momento per farmi capire l’Organizzazione, come si stavano muovendo: la descrizione dei suoi primi viaggi, i contatti con le autorità locali, la situazione della scuola, lo statuto della WITAR».

Il progetto era, allora, ancora embrionale?

«Si parla di agosto 2004, mentre i primi contatti concreti erano stati avviati nel marzo 2003. Però si entrava nel vivo solo in quel momento e solo allora alla WITAR hanno ritenuto che fosse necessaria una persona sul posto. Era il momento opportuno per loro e per me.

Io ho passato i mesi tra agosto ed ottobre cercando di conquistarmi la loro fiducia, proprio per avere questa chance di dimostrare quello che potevo fare lì sul campo.

Quindi mi sono giocato tutte le carte che avevo sul ciclo di progetto, sulle varie tecniche che avevo imparato nei vari corsi di formazione: ho cercato di comporre i vari elementi del progetto inquadrandoli secondo i canoni che vengono utilizzati attualmente nei progetti di cooperazione dell’Unione europea e del Ministero degli Esteri.

Così mi sono conquistato i due mesi di prova in Burundi. Il primo mese alla presenza del mio capo. Il secondo mese, invece, sono stato completamente da solo. Ho tenuto dei corsi di informatica per conoscere un po’ l’ambiente e ho risolto il problema di dover trovare una casa, quella dove abito adesso, che doveva fungere anche da sede dell’associazione per i volontari.

Al ritorno in Italia abbiamo negoziato il contratto che finalmente è stato firmato l'11 gennaio.

Prima di partire, nel colloquio formale, mi era stato chiesto quali fossero le mie motivazioni e che formazione avessi. Penso di essermela giocata piuttosto bene, ma sono anche convinto di aver trovato dall’altra parte una persona audace che ha fatto una mossa coraggiosa ingaggiando uno psicologo del lavoro con la maturità scientifica. Non avevo una formazione tecnica, non ero un perito ex-allievo del “Rossi”. All’epoca non sapevo montare una presa sul muro né la differenza tra corrente monofase e corrente trifase».

Oggi meriteresti il Diploma di perito ad honorem.

«He, he! Qualche ex-allievo l’ha scherzosamente proposto! Bisognava montare l’antenna satellitare che era stata donata dall’Eutelsat e quindi ho dovuto imparare. All’Istituto Rossi di Vicenza ho fatto le prove e mi hanno spiegato come orientarla; poi, quando sono tornato in Burundi, sono riuscito ad istallarla e a collegarla al satellite e questo “mi ha un po’ sdoganato” con i periti».

Ritorniamo alla tua assunzione e al contratto.

«Alla WITAR sono una trentina di soci, di cui 12 veramente attivi, tutti volontari. Io sono l’unico retribuito, il primo volontario internazionale che la WITAR ha ingaggiato.

Il tipo di contratto è a progetto. Si basa sulle condizioni del contratto MAE (Ministero Affari Esteri) di prima esperienza. Quindi riprende anche i parametri di stipendio del contratto MAE, ma li abbiamo negoziati un po’ adattandoli al contesto.

Tra le varie condizioni io devo ritornare in Italia due volte l’anno per lavorare presso l’istituto Rossi di Vicenza e devo mettere a disposizione la casa in Burundi, in cambio di un rimborso, per gli altri volontari che periodicamente vengono per periodi brevi. Infine, oltre agli accordi per le ferie, c’è l’assicurazione specifica per chi svolge un lavoro del genere con garanzie in caso di malattia».

In generale sembra che molto dipenda dalla determinazione anche per lavorare e progredire nel mondo delle ONG.

«Certo. È fondamentale riuscire a maturare la prima esperienza, ma purtroppo è anche estremamente difficile. C’è una concorrenza notevole. Con l’apertura di vari corsi specifici di diploma, di laurea breve in cooperazione internazionale, la gente è sempre più preparata e la concorrenza è sempre più massiccia.

Quindi bisogna avere una grande, grande caparbietà, una grande determinazione per riuscire ad entrare. Capita sempre più di frequente che ci siano giovani molto preparati, con ottime competenze linguistiche ed esperienze all’estero, disponibili ad effettuare alcuni mesi come operatori volontari completamente a proprie spese.

Per quel che mi riguarda questo è il mio primo vero contratto. Se deciderò di cambiare, verificherò quanto sarà più facile trovare un’opportunità interessante adesso che ho due anni di esperienza da giocare.

Mi dicono che dovrebbe essere molto più facile, ma penso che dipenda anche molto dai profili: perché le ONG del settore sanitario ricercano prevalentemente infermieri e medici, quelle che hanno un profilo più agronomico si orientano verso personale qualificato in agraria e scienze forestali, quelle che sviluppano progetti idrici cercano ingegneri. Io sono psicologo del lavoro e sono consapevole che la mia qualifica non è tra quelle maggiormente ricercate. Come informatico per passione, senza titoli ufficiali, faccio fatica a propormi, in quanto patisco la concorrenza degli ingegneri informatici. Quindi il mio caso è un po’ particolare.

Però sono veramente convinto che bisogna insistere, cercare, muoversi, andare di persona, girare le ONG italiane prendendo il treno, parlare direttamente, portare il curriculum a

mano, farsi conoscere e poi telefonare più volte, cercare di ottenere una risposta e “battere il ferro fin che è caldo”.

Ci sono anche dei libri sul lavoro nella cooperazione internazionale che è bene leggere per farsi un’idea di cosa sono le ONG, l’ONU, l’Unione europea, i tipi di progetto: a breve termine, a lungo termine, di emergenza, di sviluppo.

Insomma un minimo di padronanza dei concetti e del gergo è indispensabile sia per orientarsi sia per dare l’impressione che, comunque, non si è proprio sprovveduti».

Non basta la buona volontà?

«No, ci vuole preparazione, investire in questa ricerca. Non so quante volte sono andato a Milano e a Bologna per un colloquio, per assistere ad un seminario di mezza giornata, per una conferenza.

Prima bisogna preparare i biglietti da visita, i contatti, le email, telefonare. Durante la ricerca è fondamentale registrare sistematicamente quanto si va facendo, quale versione del curriculum si è inviata, quale lettera di accompagnamento, quale prima risposta, quando richiamare, ecc. Si richiama e, se la risposta non è positiva, si tenta di farsi dare un altro contatto da chiamare, quindi procedere “a cascata”.

Io ricordo di aver fatto una quarantina di contatti prima di andare in Burkina Faso la prima volta.  Quasi tutti erano di persone o enti segnalati da contatti precedenti; come in una catena in fondo alla quale si trova il contatto buono per, finalmente, partire.

Bisogna diventare una zanzara simpatica: non è facile, ma con cortesia, humour e riconoscenza ci si può riuscire».

Che tipo di accoglienza hai avuto da parte dei colleghi burundesi? Raccontaci come è stato anche il tuo primo impatto  culturale.

«Quando sono arrivato la prima volta eravamo in quattro: il mio capo, io e due volontari che dovevano sistemare l’impianto elettrico di un nuovo edificio. Il mio primo compito è stato quello di tenere un corso di informatica di base ai professori della scuola. Quindi ho iniziato proprio con il ruolo tecnico di insegnante in modo da conoscerli

L’accoglienza che ho avuto è stata buona anche perché frequentare un corso di informatica base è considerato molto prezioso per loro, è un titolo di merito che pesa nel curriculum ed è spendibile per cercare lavoro altrove.

È stata anche un’esperienza particolare. Io mi sono offerto di farlo gratuitamente e i professori hanno accettato. Durante lo svolgimento mi sono reso conto che l’aula mancava di tende per cui le immagini del proiettore erano poco visibili. Ho chiesto loro di fare una colletta per comprare queste tende, l’importo della quota personale era assolutamente simbolico. Ma l’ho chiesta perché mi è stato insegnato che la formazione è tanto più efficace quanto maggiore è l’investimento personale. Offrire un corso completamente gratuito rischia di formare tecnicamente, ma di diseducare culturalmente i partecipanti.

Per me la formazione ha un valore perché è un valore e quindi  bisogna investirci del proprio.

Questa concezione della formazione, e della cultura più in generale, è rara in Burundi, dove l'importante è sbarcare il lunario. Questo investimento di 2500 franchi burundesi, corrispondenti a tre birre, i professori non volevano farlo. Quindi ho sospeso il corso e l’ho ripreso a patto che pagassero 1000 franchi burundesi per iniziare il corso e 1500 per ottenere l’attestato di frequenza. Il risultato è che un buon numero non ha ancora ritirato l’attestato di frequenza perché non ha versato la seconda quota.

Questa è stata una delle prime asperità culturali che ho affrontato quando sono arrivato».

Sono ormai 2 anni che sei in Burundi. Dal punto di vista lavorativo come valuti complessivamente la tua esperienza?

«Io sono contentissimo, al punto che l’anno scorso mi è capitato un paio di volte di faticare ad addormentarmi talmente ero “gasato” ed entusiasta al pensiero di quello che dovevo fare il giorno dopo.

Penso che questa sia una fortuna che hanno pochi, perché comunque è un lavoro vario, un lavoro a contatto con i ragazzi che ti danno soddisfazione. Anche se non so quanto durerà, so che a quei ragazzi, a cui ho potuto trasmettere qualcosa, quel qualcosa resterà, sarà lì e continuerà ad operare. Ho anche molta autonomia decisionale, mi è stata data progressivamente maggiore fiducia e questo è un vantaggio.

Le difficoltà derivano dal fatto che spesso sono solo, l’unico referente della WITAR, e mi devo occupare un po’ di tutto. Per esempio devo occuparmi della casa e della gestione del personale della casa. In Burundi, per quanto strano possa sembrare, è normale avere il

cuoco, l’addetto alle pulizie e i guardiani; li hanno anche i burundesi della classe media; non

è una cosa da nababbi, il sistema funziona così.

Per me significa che ho 6/7 persone da gestire a casa oltre ai coinquilini e ai volontari della WITAR che si alternano. Se si rompe qualcosa devo andare in cerca dell’idraulico, dell’elettricista ... e le cose si rompono spesso perché i materiali sono scadenti.

Devo occuparmi dei rapporti con le autorità locali; bisogna coltivare le relazioni con la Diocesi, il Provveditorato, il Governatore.

Poi ci sono i rapporti con i professori e con il direttore della scuola, l’organizzazione della scuola, dei suoi ritmi, delle sue riunioni, del consiglio d’istituto. Sono incaricato di organizzare anche le attività di autofinanziamento e il relativo comitato di gestione.

L’attività di formazione informatica mi vede impegnato tanto come insegnante quanto come amministratore di sistema; ho avviato il laboratorio, l’antenna parabolica per il

collegamento satellitare ad Internet. Devo monitorare la qualità della connessione, che adesso è stata recentemente estesa a tutto l'istituto tramite un'antenna wireless esterna, in modo che i professori, muniti del proiettore e di un PC portatile, possano fare lezione usando Internet in classe.

Settimanalmente faccio formazione ai miei colleghi insegnanti di informatica.Pur avendo conseguito una laurea in informatica in Burundi, le loro conoscenze sono quasi esclusivamente teoriche: studiavano in cinque su un vecchio PC, figurarsi!

È mia responsabilità curare anche i rapporti con la scuola italiana, l’Istituto Rossi di Vicenza: quindi devo cercare di motivare i professori italiani a collaborare con quelli burundesi e lo stesso vale anche per gli allievi.

Mi occupo dei problemi di sdoganamento dei container che arrivano dall’Italia con il materiale per la scuola. Devo andare alla dogana a Bujumbura, la capitale, contattare le varie autorità, sbrigare le pratiche burocratiche e le varie problematiche connesse.

Non devo trascurare la contabilità della WITAR: pertanto svolgo anche la mansione di contabile ...

... e di tour operator!

È vero, per la prima volta anche di questo per il viaggio che abbiamo organizzato. Speriamo venga ripetuto gli anni prossimi, perché effettivamente è una bella attività per far conoscere il progetto e per far conoscere la realtà dell’Africa in generale».

Bene. Chiudiamo con due questioni personali. Quali sono le tue ambizioni per il futuro? Dove ti vedi fra 10 anni?

«Questo lavoro mi piace e per adesso mi sento la voglia di continuare; voglio che non sia un’esperienza che si esaurisce qui.  Intendo continuare questa carriera perché me la sento calzata addosso, penso che mi venga bene e mi piace, la trovo significativa, coerente con i miei ideali, coerente con le mie caratteristiche, con quello che ho studiato.

Mi piacerebbe entrare in qualche Organismo Internazionale più grande, un ente con un’ottica di più largo respiro che effettui, per esempio, anche ricerca e non esclusivamente interventi.

Comunque la WITAR nasce come Associazione Istituto Tecnico Alessandro Rossi nel Mondo, significa che questo è il primo progetto e l’orizzonte è ampio. Si vorrebbe ripetere l’esperienza in futuro, magari aiutando un’altra scuola altrove nel mondo e, perché no, non escludo che potrei continuare la mia collaborazione a lungo».

In America sei già stato, in Africa anche . . . magari in Asia?

«In Asia o in Sud America. L’Asia mi attrae di più del Sud America. L’India mi attira molto, vediamo. Sicuramente non sono stanco di scoprire.

L’aspetto più difficile di quest’esperienza è senza dubbio  la solitudine affettiva  e la difficoltà di coltivare un rapporto di coppia stabile , perché questo tipo di nomadismo va spesso di pari passo col nomadismo affettivo».

Un missionario laico ...

«Non mi piace tanto come espressione, non mi sento addosso l’etichetta di missionario, mi sento piuttosto un professionista che opera nel terzo settore, quindi impegnato nel sociale.

Si conoscono un sacco di persone molto interessanti, con cui ci si sente molto in affinità perché non si capita in Burundi per caso. Insomma bisogna volerlo e quindi si parte già con una base comune.

Però la permanenza media è di sei mesi, si fa appena in tempo a conoscersi, poi uno parte e va in Congo, l’altro va in Cambogia, un altro va in Bolivia e quindi è difficile mantenere i rapporti. Le relazioni a distanza sono difficoltose e questo pesa, questa è veramente la difficoltà maggiore che riscontro».

Ti rimane ancora un consiglio da elargire ad una persona che vuol fare un’esperienza simile alla tua?

«Insistere, insistere, insistere!

Se ci si crede, farlo. La prima volta può essere un'esperienza in una missione, per cercare di capire perché lo si fa. Quant'è la componente di fuga? Perché c'è una radice profonda di inquietudine, di insoddisfazione in questa partenza. Quant'è la componente progettuale che la controbilancia? Che cosa si sa e si vuol fare?

Questo richiede una certa riflessione, non prendere le cose alla leggera.

Mi ricordo un’altra tappa di formazione per me molto importante: il servizio civile presso la Caritas a Vicenza. Ritengo che il direttore, Don Giovanni Sandonà, sia veramente un maestro: non perché insegni, ma perché da lui si impara. Quando gli ho riferito la mia intenzione di fare un’esperienza del genere e gli ho chiesto cosa ne pensasse, se mi consigliava di farlo un anno o due, lui mi ha detto:

“Fai quello che secondo  te permetterà  a questa esperienza di essere un’esperienza di qualità”.

È stato un bel consiglio. Non vuol dire essere schizzinosi e cercare la cosa perfetta. No, al contrario, direi: “Rischiate, fatelo, lanciatevi, mettete il naso fuori dalla vostra terra e poi non riuscirete più a farne a meno”».

 

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con la collaborazione di

 

Catia Ringolfi e Piero Cevenini