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Dall'ottobre del 2004 al luglio del 2009 Paolo vive e lavora in Burundi, nell’ambito della formazione tecnica e professionale, prima per conto di una piccola ONLUS di Vicenza, la WITAR, poi per la scuola Francese di Bujumbura, e infine per la cooperazione tecnica belga. Con quest’ultima organizzazione dirige un progetto per l’installazione di 12 aule d’informatica nelle scuole tecniche secondarie, occupandosi altresì della formazione degli insegnati locali che avrebbero gestito tali strutture.

 

Nel periodo di permanenza in Africa, Paolo partecipa a forum e a importanti conferenze internazionali sulla cooperazione allo sviluppo, inizialmente come spettatore (nel 2005 al World Summit on the Information Society a Tunisi), successivamente con ruoli via via più significativi, prima da assistente, poi come relatore, quindi in veste di moderatore (nel 2008 al 3rd High Level Forum on Aid Effectiveness ad Accra in Ghana e nel 2009 all’International Conference on Information and Communication Technologies and Development a Doha in Qatar). 

In tali occasioni intesse una fitta rete di conoscenze e contatti ed entra in contatto con numerose figure di spicco del panorama internazionale.

Tra di essi, Tim Unwin, professore emerito di Geografia alla Royal Holloway, University of London, che propone a Paolo di mettere a frutto le significative esperienze maturate sul campo e il bagaglio di notevoli conoscenze acquisite, intraprendendo un dottorato di ricerca sui temi che lo hanno visto impegnato in prima persona.

Quale psicologo dell’organizzazione, Paolo decide di concentrare la propria attenzione sulle problematicità della comunicazione interculturale tra cooperazione belga e la controparte burundese - un rapporto spinoso visto il passato coloniale che lega i due paesi.

Il risultato teoretico e pragmatico del suo lavoro di ricerca, è il modello interpretativo SBIZO, che mira a migliorare la comprensione e gestione dei conflitti interculturali.

 

Una volta conseguito il titolo PhD, Paolo offre un agli amici un riassunto della propria tesi di dottorato dal titolo "Broken premises: towards an intercultural understanding of bilateral co-operation in ICTs for education in Burundi” .

Ne riportiamo la traduzione dal testo originale in francese.

 

Ecco di seguito il riassunto e il cuore di tutta la mia tesi: il modello interpretativo SBIZO (Stop, Breath In, Zoom Out). In sintesi si dice che quando ci si trova a dover far fronte ad un incidente critico, cioè a una delusione rispetto alle aspettative che si avevano in merito al comportamento di qualcuno appartenente a un’altra cultura, si percepisce un malessere emozionale e anche uno spaesamento a livello intellettuale: in breve, non si riesce a capire per quale motivo l’altro abbia agito in quel modo (per esempio la lampada del proiettore sì è bruciata e non la si ripara, nonostante la scuola ne abbia i mezzi). Questa incomprensione ci fa sentire vulnerabili, perché mina la fiducia nell’altro oltre che nella nostra capacità di previsione. Per ristabilire un senso di coerenza, e dunque di controllo sulla situazione, se ne ricerca la causa facendo ricorso a certe attribuzioni. Bene, in psicologia sociale si è scoperto da molto tempo che abbiamo tutti la tendenza a commettere l’errore fondamentale di attribuzione; si crede cioè di avere la stessa conoscenza della situazione che ha colui/colei che ci ha deluso con il suo comportamento. Quindi, se non si riconoscono nella situazione certi elementi che ci permettono di comprendere le ragioni del comportamento che ci ha deluso, nella maggior parte dei casi la si attribuisce a un tratto temperamentale della persona, inteso come una deficienza ("lui/lei è stupido/a, ignorante, povero, pigro, etc.”), o alla sua malafede ("lui/lei è cattivo/a, disonesto/a, avaro/a, etc"). Nel primo caso lo si tratterà come un bambino indigente (paternalismo); nel secondo caso si reagirà in modo autoritario, aumentando il controllo e minacciando sanzioni (condiscendenza).

 

Quando la persona si sente percepita in questo modo negativo potrà reagire in cinque modi diversi (o almeno questi sono quelli che io ho potuto osservare, fece ne potrebbero essere altri): obbedendo, sottomettendosi, cercando di manipolare l’altro a proprio vantaggio, boicottandolo apertamente o organizzando un complotto per sbarazzarsi della persona che lo denigra. Chiaramente questa via comportamentale non migliora le cose: al contrario, danneggia ulteriormente le relazioni fra le parti, erodendo la fiducia reciproca.

In alternativa, si può partire dall'assunto che il comportamento degli esseri umani possiede sempre una certa coerenza, quindi se io non riesco a riconoscerla, sicuramente manco di qualche elemento. Bisogna quindi che io mi fermi (STOP), che faccia un passo indietro respirando profondamente (BREATH IN) e che cerchi questi elementi allargando la mia apertura mentale (ZOOM OUT), ammettendo cioè la mia ignoranza a proposito dell’universo culturale dell’Altro, come pure sulla sua storia e soprattutto sulla storia della mia personale relazione con lui/lei – sia a livello individuale che di gruppo. Questo approccio riconosce che la responsabilità dell’incidente critico è sempre condivisa e mira a costruire un ponte fra il mio universo e quello dell’Altro, cosicché ciascuno possa riconoscere una coerenza in quello che è accaduto – anche se si resti di opinioni differenti. L’effetto di questo sforzo è quello di restaurare e di rinforzare la fiducia reciproca, perché si focalizza l’attenzione su ciò che ci rende simili – il nostro essere degli esseri umani coerenti – e non su ciò che ci rende diversi – la nostra cultura, storia, etc.

A questo fine sono suggerite alcune strategie: scusarsi sinceramente; meta-comunicare, cioè comunicare in modo esplicito a proposito della comunicazione stessa, e della relazione che essa sottintende, e condividere i rischi, rendendosi dunque vulnerabili per primi e avendo il coraggio di restare tali fino a che l’altro non faccia lo stesso. Se da un lato queste strategie non sono facili da applicarsi nel contesto inter-istituzionale tipico della cooperazione internazionale, esse possono essere applicate da parte dei singoli individui, che hanno sempre la facoltà di scelta, perché alla fine le istituzioni non sono altro che l’insieme di numerose relazioni interpersonali.

Paolo pubblica inoltre sul proprio canale YouTube un video nel quale espone sinteticamente i contenuti fondamentali della sua tesi di dottorato

La tesi di PhD 

Broken premises: towards an intercultural understanding

of bilateral co-operation in ICTs for education in Burundi

Se volete scaricare una versione completa della tesi, potete cliccare  qui.

 

Grazie della vostra attenzione e buona fortuna con le vostre relazioni interculturali.

Di seguito i sottotitoli in italiano.

 

Questa immagine rappresenta metaforicamente i temi centrali della mia ricerca di PhD, e precisamente:

  1. i rischi inerenti all’essere troppo focalizzati sui progetti e sulla pianificazione, perdendo di vista l’attuale contesto e la sua evoluzione, giorno dopo giorno.

  2. La difficoltà di costruire un ponte fra gli universi della coerenza abitati dagli attori sui due fronti di un progetto di cooperazione bilaterale, data la loro diversa cultura, nonostante la loro fisica prossimità.

  3. Il gap fra il grande potenziale della tecnologia di far connettere attraverso grandi distanze, malgrado le sfide poste dall’ambiente locale, in dipendenza del livello di padronanza da parte dei soggetti umani.

  4. Il minimo disallineamento nelle premesse all’origine di un progetto bilaterale può manifestarsi come incidente critico solo molto tempo dopo nel corso del processo, generando  grande sgomento, frustrazione e delusione, che potrebbero sfociare in conflitto interpersonale e inter-istituzionale.

 

Ecco allora che questa immagine rappresenta l’esempio tipico di un incidente critico, che io ho definito puzzling mismatch of expectations, cioè disorientante malinteso sulle aspettative, che ha rilevanti conseguenze sulle relazioni interpersonali fra gli interpreti istituzionali, e alla fin fine sui risultati pratici del progetto.

 

Per meglio affrontare tali incidenti e sulla base dell’evidenza empirica della mia ricerca, ho formulato il quadro interpretativo SBIZO.

Dovendo affrontare un incidente critico, cioè quando il comportamento di qualcun altro non risponde alle nostre aspettative – finiamo per sperimentare un disagio emozionale e, in altre parole, non riusciamo a giustificare, a dare un senso, al comporta- mento dell’Altro. Ciò è particolarmente acuto quando questa persona appartiene a una cultura diversa dalla nostra, nel senso che mina sia la fiducia nell’altra persona, come pure nella nostra capacità di prevedere in generale il comportamento altrui; in breve: ci sentiamo vulnerabili. Per ricostituire un senso di coerenza e quindi di governo della situazione, la gente tende a ricercare una causa, ricorrendo ad attribuzioni.

Sin dal 1970, i ricercatori della psicologia sociale hanno trovato evidenti prove di una diffusa tendenza a  fare il cosiddetto “errore fondamentale di attribuzione” (Ross, 1977): consiste nel ritenere che noi, gli osservatori, abbiamo la stessa percezione della situazione che ha l’attore del comportamento disorientante.

Pertanto, trovandoci nell’incapacità di trovare nella situazione - che è esterna alla persona – abbastanza elementi per giustificare il suo comportamento, stabiliamo che la causa sia insita nella persona. Facciamo cioè un’arbitraria attribuzione etichettando la persona come deficiente (stupida, pigra, ignorante, etc.) o malefica, cioè in malafede (disonesta, crudele, avida, etc.).

La mia ricerca rileva che nel primo caso l’attitudine latente è il paternalismo, mentre nel secondo caso è il padronalismo, che si traduce in un incremento del comando e del controllo, sfociando sovente nella minaccia, come forma di auto-protezione preventiva.

Ma, quando l’Altro soggetto ha la sensazione di essere percepito e trattato in tal modo, secondo i miei dati, lei/lui è portato a reagire in 5 modi: obbedendo, sottomettendosi, manovrando a proprio vantaggio chi lo attacca, boicottandolo o cospirando contro di esso, giungendo, in casi estremi, all’eliminazione fisica.

Chiaro che tale approccio, radicato nell’idea che i tratti della personalità siano immutabili, non migliora la relazione: al contrario! La peggiora, erodendo la fiducia reciproca, talvolta sino  al punto di interrompere qualsiasi comunicazione.

L’approccio alternativo assume come un assioma che il comportamento umano è sempre coerente. Quindi, ogniqualvolta ci troviamo incapaci di riconoscere tale coerenza, ciò non implica che non ci sia: ma piuttosto che la nostra “rete” interpretativa non è abbastanza potente da poterla afferrare.

È quindi necessario fare una pausa (Stop), prendere una certa distanza (Breath In) e allargare la prospettiva (Zoom Out), comprendendo le dimensioni storica e culturale, ammettendo la propria ignoranza rispetto all’universo culturale dell’Altro e riconoscendo la problematicità delle relazioni fra i due interlocutori e i loro rispettivi gruppi di appartenenza. Più specificamente, quando di tratta di ambiti ICT, il principale risultato della ricerca è stato che mentre per gli europei i computer sono solo un mezzo per fare qualcosa, per i burundesi erano un mezzo per essere qualcuno, in quanto l’alone di modernità della tecnologia potenziava il loro status, procurando alcuni tangibili vantaggi – indipendentemente se fossero effettivamente capaci di usarla o meno.

 

Questo approccio riconosce che la responsabilità di un qualsivoglia incidente critico è sempre qualcosa di condiviso e mira a costruire un ponte fra il “mio/nostro” universo di coerenza e il “suo/loro”, così da rendere possibile il riconoscimento della sottostante implicita coerenza, pur nel rispetto delle differenze.

 

Idealmente, l’effetto di un tale sforzo è il ristabilimento della reciproca fiducia, dal momento che “entrambi” ci focalizziamo su ciò che ci rende simili - essendo tutti esseri umani coerenti - piuttosto che sottolineare ciò che ci rende diversi – la nostra cultura e la nostra storia.

 

A questo fine si propongono alcune strategie:

a) scusarsi sinceramente;

b) meta-comunicare, il che significa rinegoziare la comunicazione e la relazione che essa sottende;

c) condividere i rischi e rendersi personalmente vulnerabili per primi, rimanendo vulnerabili fino a quando l’altro non decida di fare lo stesso.

 

Mentre tali strategie possono essere difficili da applicare a livello inter-istituzionale nella cooperazione internazionale, possono essere ben applicate dagli individui che – si presume – abbiano autonomia e libertà di scelta nelle diverse situazioni.

 

Dopo tutto, le istituzioni altro non sono che complessi grovigli di relazioni (e artefatti) interpersonali.

 

Bene allora, la prossima volta che vi capiterà di trovarvi nel bel mezzo di un incidente critico, ricordatevi:

Stop, Breath In, Zoom Out: SBIZO.